di Tommy Totaro
Un film che intreccia memoria storica, impegno civile e potenza evocativa del teatro. “La Salita” segna l’esordio alla regia di Massimiliano Gallo, che firma anche la sceneggiatura insieme a Riccardo Brun e Mara Fondacaro. Prodotto da Panamafilm e F.A.N. con Rai Cinema e distribuito da Fandango, il film porta sullo schermo una storia ispirata a fatti reali, ambientata nel carcere minorile di Nisida negli anni ’80.
Al centro del racconto c’è l’incontro tra Emanuele (interpretato da Alfredo Francesco Cossu), giovane detenuto, e Beatrice (Roberta Caronia), una delle donne trasferite dal carcere di Pozzuoli a Nisida nel 1983 a causa dei danni provocati dal bradisismo. Attorno a loro si muove un coro di personaggi – dal direttore interpretato da Gianfelice Imparato agli educatori interpretati da Antonio Milo e Shalana Santana – mentre la figura di Eduardo De Filippo, interpretata da Mariano Rigillo, diventa il fulcro simbolico e narrativo.
Il film si ispira infatti anche all’impegno reale di Eduardo De Filippo che, nel 1983, dopo la nomina a senatore a vita, avviò proprio a Nisida un progetto teatrale per i giovani detenuti, contribuendo alla ristrutturazione del teatro del carcere e fondando scuole di recitazione e scenotecnica.
“Quando l’arte arriva, può invadere beneficamente”
«Cercavo una motivazione con una poetica particolare», racconta Gallo. «Mi è sembrato giusto rinviare il mio debutto finché non è arrivata questa storia ambientata negli anni ’80: lì è scattata una molla».
Il regista sottolinea come la sua visione si discosti dai cliché narrativi legati al carcere: «Non mi interessavano le dinamiche tra “duri e non duri”. Volevo mettere in rilievo come in certi luoghi, dove l’arte e la bellezza non arrivano, quando poi arrivano possano invadere beneficamente».

Una storia di speranza e umanità
Per Gallo, “La Salita” è прежде tutto una storia di riscatto: «Parla della speranza di alcuni ragazzi e della voglia di riscattare la propria vita. Ho voluto evitare uno sguardo giudicante: sono giovani che hanno sbagliato, ma volevo raccontarne la grande umanità e poesia».
Nel film, la reclusione non è solo fisica, ma anche culturale: «L’introduzione del teatro nella routine detentiva diventa un’occasione di espressione, un cambiamento nel modo in cui i ragazzi vedono sé stessi e gli altri».

Il riferimento al grande cinema
Tra le influenze dichiarate, Gallo cita opere iconiche: «Il cinema che amo è quello di Nuovo Cinema Paradiso o C’era una volta in America, quello che lascia aperto un sogno in maniera poetica».
E aggiunge: «Il cinema ti lascia la possibilità di sognare, di farti il tuo film».
Mariano Rigillo “ha catturato lo spirito di Eduardo”
Particolarmente significativa la scelta di Mariano Rigillo per interpretare Eduardo De Filippo: «È un attore di tale profondità da sapere replicare la voce e le movenze senza mai cadere nell’imitazione», spiega Gallo. «Ha catturato lo spirito e restituito la vera essenza di Eduardo».
Un cast tra giovani esordienti e grandi attori
Accanto ai protagonisti, il film coinvolge anche Maurizio Casagrande e altri volti importanti del teatro e del cinema napoletano. «Ho voluto ragazzi lontani dagli stereotipi delle serie crime come Gomorra e Mare Fuori», sottolinea il regista. «Per gli adulti, invece, ho scelto attori “di serie A”».
Un set carico di emozione
Il clima sul set è stato intenso e partecipato: «Al primo ciak mi sono sentito subito sicuro», racconta Gallo. «La forza del film è stata la passione collettiva».
Tra i momenti più toccanti, una scena con Rigillo: «Durante il suo primo discorso nel film, nessuno dei ragazzi è riuscito ad applaudire perché stavano piangendo».
La musica e la collaborazione con Enzo Avitabile
Fondamentale anche il contributo di Enzo Avitabile: «Ha accettato subito, senza compenso, perché credeva nel progetto. Il giorno dopo aver letto la sceneggiatura aveva già scritto “O Pate nuost”».

L’eredità di Eduardo
Per Gallo, Eduardo De Filippo resta un riferimento imprescindibile: «Rappresenta una figura paterna e una pietra di paragone ingombrante. Va affrontato con grande rispetto».
E conclude con un ricordo personale: «Quando da ragazzo sentii la sua voce a teatro e vidi il pubblico alzarsi in piedi all’unisono, capii cosa significa andare oltre l’arte e diventare un mito».
“La Salita” si configura così come un’opera prima intensa e consapevole, capace di raccontare il carcere non solo come luogo di detenzione, ma come spazio possibile di trasformazione, dove il teatro diventa strumento di libertà interiore e riscatto umano.



