DON VINCENZO, IL GIOVANE SACERDOTE DELLA PARROCCHIA DEI SANTI PIETRO E PAOLO, SI RACCONTA

Questo mese, abbiamo incontrato Don Vincenzo, sacerdote 35enne della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Soccavo.

di Tommy Totaro

 

Ci ha raccontato la sua esperienza, la sua vocazione, il suo impegno per i fedeli, la sua particolare attenzione per i ragazzi, il suo modo di portare Dio nella vita delle persone.  Ne è nata un’intervista profonda, interessante, che ci ha fatto conoscere meglio Don Vincenzo, da anni nel nostro quartiere e che è davvero un vulcano di idee ed iniziative per i suoi parrocchiani. Gli abbiamo rivolto 7 domande. Ecco come ci ha risposto.

 

  1. Don Vincenzo, quest’anno festeggia 12 anni dal suo sacerdozio. Che ricordi ha di quel giorno? 

 

Per me è stata una giornata di grande emozione, perché diventare sacerdote è simile ad una scelta matrimoniale: è per sempre. Avevo 28 anni, ero molto emozionato ma ero anche consapevole del passo che stavo dando e questo mi dava la forza per affrontare la vita che stavo scegliendo. Per diventare sacerdote, oggi, si studiano per 5 anni teologia e filosofia e poi si passa a delle specializzazioni particolari. Occorrono circa 10 anni di formazione e anche di “esperienza sul campo”, in un luogo che si chiama seminario, dove vieni messo alla prova e dove piano piano impari cosa significa essere prete. In seminario infatti si vive tutta la settimana mentre il sabato e la domenica si esce per vivere la vita delle parrocchie, tramite l’apostolato. Si comincia cioè a fare il comunicatore della parola di Dio tra le persone. Si comincia dai bambini, si passa ai ragazzi e infine gli adulti. 

 

  1. Come ha scoperto la sua vocazione?

 

Quando pensano alla vocazione, le persone credono che il Signore ti appaia o ti accada qualcosa di trascendentale. Niente di tutto questo. In realtà, si verifica un processo con la stessa dinamica dell’innamoramento. Senti di amare in un modo così grande Gesù, al punto da sceglierlo. Dunque, la vocazione è semplicemente un innamoramento, non un fatto straordinario o paranormale. Io sono nato e cresciuto nel rione Traiano, con tutte le difficoltà che vivono i ragazzi di quel quartiere. Davanti a me, ho sempre avuto la strada, la criminalità organizzata, i non valori che questa realtà presentava. Dopo la comunione sono rimasto nella parrocchia di San Giovanni Battista. Ed è stato un bene. Infatti, uno degli errori che alcuni genitori compiono, è allontanare i figli dalla chiesa dopo la comunione, non investendo in quel percorso. Io invece, ho avuto la fortuna di incontrare don Gerardo Marano, un padre vocazionista, che mi ha illuminato, dandomi la possibilità di scegliere e distinguere ciò che è bene, da ciò che è male. Ed è stato quell’incontro che mi ha cambiato la vita. La mia vocazione è nata, infatti, nel corso degli anni, attratto da quello che don Marano faceva. Sono stato molto “fortunato” perché alcuni miei amici hanno avuto cattivi destini: chi è morto, chi delinque. In me invece è nata la vocazione, la voglia di ricambiare il dono che ho ricevuto, ciò che Dio mi aveva regalato, cioè questo sacerdote che mi ha salvato da una certa mentalità, da una certa cultura. Nel corso degli anni, ho sentito la necessità di fare la mia parte con i giovani di oggi, così come Dio ha fatto, all’epoca, con me, donandomi don Marano.

 

  1. Cosa consiglia ai giovani che vogliono diventare sacerdoti?

 

Anzitutto ci tengo a dire che essere sacerdoti è straordinario. Anche se oggi esiste una sorta di propaganda contraria a questa figura, posso dire che si tratta di una vita pienamente realizzata. Essere sacerdote è essere qualcosa in più, vedere la presenza del Signore nella vita degli altri. Ci vogliono coraggio e una buona formazione per intraprendere questa strada. Ricordo la mia esperienza come aiuto cappellano a Nisida, al carcere minorile. Lì ero considerato dai ragazzi, il prete bacchettone. Poi ho visto che questa mentalità rigida con i giovani non funzionava e allora ho avuto la necessità di trasformare il mio modo di comunicare il Vangelo, usando il linguaggio dei ragazzi, con uno stile semplice. Ma la mia, è un’impostazione che arriva, oggi, anche alle classi più alte, come i professionisti. 


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  1. Quali sono i suoi progetti per la parrocchia che guida, quella di San Pietro e Paolo apostoli di Soccavo?

 

Io sono sacerdote diocesano però la mia spiritualità è salesiana, legata a don Bosco che aveva particolare attenzione per i giovani. E questa formazione segna le mie iniziative in questa parrocchia. Cerco, infatti, di strutturarla cercando di privilegiare i ragazzi. Abbiamo cominciato ad esempio un corso di pizzeria. Mi interessa molto il loro avviamento al lavoro, e voglio aiutarli e sostenerli negli studi. Ho un sogno: creare una scuola di formazione politica, perché San Paolo VI diceva che la forma più alta di carità per un cristiano è quella di fare la politica, come Dio comanda, come valore. Sento questa sfida, di educare i giovani come cristiani, a vivere correttamente questa dimensione.

 

 

  1. Quanto é difficile avvicinare i giovani al vangelo?

 

Oggi c’è una grande difficoltà perché verso la chiesa e il sacerdote esistono dei pregiudizi e questi precludono la conoscenza. Ma sono anche convinto che il primo passo per annunciare il vangelo sia l’umanità. Quando si viene in contatto con il sacerdote, c’è bisogno di creare un rapporto umano di vicinanza. L’affabilità, l’amicizia, la relazione, il dialogo, l’accoglienza sono quei mezzi che uso per entrare in contatto con le persone. Cerco di essere per loro un compagno, un amico con cui potersi confidare. Il mio primo approccio è sempre questo. Il sacerdote deve essere accessibile alle persone. Il Vangelo viene dopo, in automatico, diciamo così, perché poi è il Signore che entra nelle vite delle persone, le quali, spesso, sentono la vicinanza di Dio attraverso un incontro, una parola o un evento. La mia azione pastorale, il mio impegno richiama sempre quello intrapreso da don Bosco: formare buoni cristiani, onesti cittadini e futuri abitanti del cielo. Per me la chiesa è una palestra di vita che educa alla vita, crea comunità, gruppo, coesione e poi si apre al mondo. Io sono aperto alle realtà del territorio, la chiesa è una delle tante agenzie che sente il bisogno di aiutare i ragazzi. Ma a volte i giovani sono disorientati perché la chiesa va da una parte, la famiglia da un’altra, la scuola da un’altra ancora. Una delle azioni che voglio mettere in atto è proprio creare rete con la scuola, le municipalità e l’amministrazione. Per futuri abitanti del cielo, infine, intendo far conoscere Gesù che è vivo e presente che vuole entrare nella vita delle persone per cambiarla. Gesù è venuto sulla terra per insegnarci come si vive, come “si campa”. 

 

  1. Come é cambiata la sua vita dal momento in cui é diventato un sacerdote?

 

La mia vita è cambiata sostanzialmente quando sono diventato parroco, più che nel momento dell’ordinazione sacerdotale. Da 12 anni sono a Soccavo, tutte le mie energie sono state spese per l’oratorio e i ragazzi. Da parroco, mi manca il tempo per poter fare molte altre cose, perché ci sono molti problemi da affrontare.

 

  1. Ha sempre saputo di voler intraprendere la strada del sacerdozio?

 

All’età di 13 anni, già sentivo in me questo desiderio che poi è maturato col tempo. Sono andato a scuola, mi sono diplomato, sono stato fidanzato, mi ero iscritto all’università, a giurisprudenza, poi è tornato in me questo desiderio. A 19 anni, ho deciso di tornare in seminario. Ho insomma seguito quella vocazione che portavo dentro da piccolo e che col tempo si è chiarita in me.

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