Devitalizzazione, quando effettuarla e cosa comporta l’intervento
Quando si parla di denti, una delle operazioni più frequenti, tra pazienti (quasi) di ogni età è, senza alcun dubbio, la devitalizzazione. Ma di cosa si tratta e cosa comporta l’intervento? A spiegarcelo è la dottoressa Berenice Bassano del Centro Odontoiatrico Bassano di via Servio Tullio 101.
Dottoressa, quando si rende necessaria la devitalizzazione di un dente?
Per devitalizzazione, come suggerisce il termine, si intende privare del nervo – e quindi della sua vitalità – un elemento dentario che presenti una carie penetrante, al punto di arrivare alla camera pulpare. In quel caso, infatti, una semplice terapia conservativa (carie) non potrà essere più effettuata.
In cosa consiste l’intervento?
Si tratta di un’operazione di routine non chirurgica e prevede l’apertura del dente fino ad arrivare alla camera pulpare. A questo punto, il dente viene snervato e i canali radicolari, dopo essere stati accuratamente puliti, lavorati e misurati fino all’apice, saranno otturati con coni di guttaperca, che permetteranno una perfetta chiusura, in modo da evitare un probabile passaggio ai batteri.
È doloroso?
Assolutamente no. Grazie all’ausilio dell’anestetico, il paziente potrà godersi la terapia in tutta tranquillità.
In quante sedute avviene?
Solitamente, due. La prima, più lunga, prevede l’apertura, la lavorazione e l’otturazione dei canali del dente. In questa fase, la parte coronale viene medicata provvisoriamente. Nella seconda seduta, invece, in genere effettuata dopo circa 7/10 giorni dal primo intervento, la si ricostruisce definitivamente. I tempi e il numero di sedute possono, però, ovviamente variare in base al caso.
Per chi è indicata la devitalizzazione e per chi no?
È un trattamento che, ove necessario, va bene per tutti. Non ci sono controindicazioni per effettuarlo, inclusi pazienti più delicati come allergici, cardiopatici, diabetici…



