C’è un’immagine che racconta più di mille analisi: un pallone che scende in area, un salto imperioso, un colpo di testa che vale un destino. È il 9 luglio 2006, finale del Mondiale di Coppa del Mondo FIFA 2006. A colpire è Marco Materazzi, a pareggiare contro la Francia, a tenere in vita un’Italia che di lì a poco salirà sul tetto del mondo.
Quel gol, però, oggi pesa come un macigno. Perché è anche l’ultimo segnato dalla Nazionale italiana in una sfida a eliminazione diretta di un Mondiale.
Da allora, il vuoto.
Nel 2010, in Sudafrica, l’Italia esce ai gironi. Nel 2014, in Brasile, stessa sorte. Nel 2018, addirittura, la mancata qualificazione. Nel 2022, un’altra esclusione dolorosa. Un’assenza che non è più episodica, ma sistemica. E che trasforma quel colpo di testa di Materazzi in un simbolo involontario: non solo di gloria, ma di ciò che non siamo più riusciti a essere.
L’ultima rete azzurra in una partita che conta davvero, dentro o fuori, resta lì, congelata nel tempo. Un confine netto tra due epoche: prima, l’Italia che combatte e vince; dopo, l’Italia che fatica perfino ad arrivarci, a quelle partite.
Il prossimo gol in una fase a eliminazione diretta di un Mondiale? Forse nel 2030. Forse.
Nel frattempo, il calcio italiano continua a interrogarsi, tra riforme annunciate, vivai da ricostruire e identità da ritrovare. Ma la verità, brutale e semplice, è già scritta nella storia recente: sono passati quasi vent’anni dall’ultimo urlo.
E non serve aggiungere altro per descrivere il disastro italiano.



